Ritorniamo nella sezione degli acquisti consapevoli entrando nel mondo della cosmesi, utilizzando come titolo la citazione di un celebre film hollywodiano. In questi giorni di approfondimento ci siamo imbattuti in importanti marchi del beauty che hanno avuto posizioni o poco chiare o assolutamente compromesse rispetto al sostegno della causa sionista prima, del genocidio palestinese poi.
Parlo di colossi della cosmesi come Garnier – L’Oreal e oggi Sephora divenuta oramai un’icona per le ragazzine di oggi, per le quali si è arrivati persino a coniare il termine “sephora girls”.
Il fattaccio parte da Huda Beauty. Creatura di Huda Kattan, fondatrice e proprietaria del marchio Make up Artist di origine irachena. Nel 2013 ha lanciato a Dubai una linea di ciglia finte. In meno di dieci anni, è diventata un colosso del make up da più di un miliardo di dollari. Huda Kattan si è spesso esposta in supporto della causa palestinese da ben prima del 7 ottobre e ha continuato anche dopo. Già a fine ottobre del 2023, la Huda Beauty ha donato un milione di dollari ad alcune associazioni, tra cui Medici Senza Frontiere, per fornire aiuti medici e umanitari a Gaza.
Le sue azioni e dichiarazioni le attirarono una prima ondata di critiche e minacce di boicottaggio. Su TikTok cominciarono già ai tempi ad etichettarla come antisemita, ma non sembrò importarle molto. Negli ultimi due anni, Huda ha continuato a donare centinaia di migliaia di dollari a altre organizzazioni umanitarie che operano in Palestina, tra cui UNRWA. In un video, pubblicato a dicembre del 2023, dichiarò che sarebbe stata pronta a ‘mettere in pericolo la sua stessa azienda’ se questo fosse stato il prezzo del raccontare cosa stava succedendo a Gaza. Quel momento però, a due anni di distanza, potrebbe essere arrivato.
Sephora, sotto la pressione del governo israeliano, ha deciso di cancellare la campagna autunnale di Huda Beauty strumentalizzando le accuse di antisemitismo e cedendo nuovamente al ricatto.
Per onestà d’informazione qui riportiamo un articolo che sostiene invece la decisione di Sephora di rinunciare ad un importante marchio per difendere la lotta all’antisemitismo e non sostenere false teorie complottiste.
La nostra idea è invece quella che Israele stia cercando di togliersi dai piedi ogni voce che sia in contrasto con il suo operato degno di una persona trucida (questo termine è caro ai Romani, nel loro gergale, ma lo vorrei introdurre nella sua accezione più diretta, più legata al verbo trucidare, per indicare chi stermina trucidando, con efferatezza disumana come fare tiro al bambino da parte dei cecchini… Che il lettore me lo consenta. ndr.) e che questo sia l’ennesimo passo verso l’epurazione di qualsiasi forma di dissenso con lo status quo, in continuità con le recenti affermazioni di Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza israeliana in occasione della partenza della Flottilla.
Sicuramente Huda Kattan ha fatto affermazioni forti sicuramente non politically correct, ma cosa c’è di corretto in questo momento storico? Perché i toni esasperati di Netanyahu non sortiscono effetti reali se non mugugni mentre le affermazioni di un’imprenditrice iraniana determinano la chiusura di un importante rapporto commerciale?
Forse la fanta-politica e lo pseudo-complottismo della Kattan non sono così lontane dalla verità.
