Colonialismo d’Israele 3.0: dal Salento alle Alpi, la ragnatela nel Mediterraneo

La protesta in Albania per difendere l’isola di Sazàn non accenna a placarsi. A seguito degli atteggiamenti schierati a favore del sionismo e dell’imperialismo americano da parte del proprio presidente, il popolo albanese è sceso in piazza chiedendone le dimissioni.

La seconda parte dell’inchiesta pubblicata il mese scorso era parzialmente pronta, ma si arricchisce oggi di una conferma importante: molte delle informazioni raccolte un anno fa sull’espansione e la presenza coloniale sionista in Italia stanno finalmente emergendo su diversi canali. È il segnale di un allarmismo diffuso e giustificato nei confronti delle reali intenzioni dello Stato con la stella azzurra.

In Italia, l’interesse di Israele si è concentrato da tempo su due aree apparentemente periferiche e non strategiche: le Alpi piemontesi e la costa salentina.


Valsesia: il “Progetto Baita” tra ripopolamento e tecnologia

Il Progetto Baita è un’iniziativa nata nel 2022 da un’idea di Ugo Luzzati. Il nome unisce la parola ebraica bayit (casa) e ita (Italia): un programma che incentiva il trasferimento di famiglie israeliane nelle valli della Valsesia (Vercelli), offrendo loro supporto burocratico e abitativo per integrarsi in un territorio a rischio spopolamento.

Mentre in Germania c’è chi guarda a questo esperimento per applicarlo nei paesi a rischio spopolamento nei pressi di Berlino, in Valsesia il modello ha già sollevato forti polemiche. Lo scorso giugno, al Comune di Varallo è arrivata una lettera minatoria, firmata “Movimento anti-sionista” e contenente un proiettile, indirizzata contro la presenza israeliana in valle e contro lo stesso Luzzati.

«In questo momento viviamo su due piani diversi», spiega Luzzati. «Nella vita quotidiana nessun israeliano ha mai avuto problemi con gli italiani. In Valsesia c’è un’atmosfera di pace, dove la criminalità praticamente non esiste».

Luzzati parla di normale integrazione, ma sulle reali motivazioni di questo flusso migratorio rimangono aperti diversi interrogativi. Si parla di circa 50 famiglie già insediate stabilmente e altrettante in arrivo, in fuga da un contesto politico e sociale interno a Israele sempre più teso. I nuovi arrivati lavorano in larga parte da remoto o nel settore medico, molti dei quali muniti di doppio passaporto europeo.

Tuttavia, altre fonti collegano questi profili ad attività di cybersecurity. Lo stesso Luzzati ha dichiarato:

«Quasi tutti i nuovi arrivati sono laureati e ricoprono posizioni di rilievo: medici, farmacisti, ingegneri e informatici. Molti continuano a lavorare per l’economia israeliana da remoto, dalle montagne piemontesi. Pensiamo anche a un polo accademico dedicato alla cybersecurity e all’Intelligenza Artificiale, settori in cui siamo fortissimi».

E ne sanno qualcosa i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania: il settore tecnologico e della difesa, in stretta sinergia con il capitale e le università, costituisce l’ingranaggio centrale della macchina d’occupazione e dell’apartheid israeliana.

Il privilegio della mobilità

Il nodo morale della vicenda risiede nel privilegio strutturale della mobilità. Questa “terra promessa” nel cuore delle Alpi è accessibile unicamente a chi possiede passaporti forti e risorse economiche. Mentre i governi occidentali garantiscono a questi cittadini la libertà di muoversi, acquistare immobili alpini e ottenere la fibra ad alta velocità per lo smart working, la popolazione civile di Gaza subisce lo sterminio e un assedio ermetico, privata di acqua, cure e vie di fuga. Si sdogana così l’idea spietata che la fuga dalla guerra sia un diritto di lusso.

L’asimmetria diventa palese proprio a Varallo: la comunità locale ha atteso invano l’arrivo di una famiglia palestinese in fuga, rimasta però bloccata a Gaza sotto i bombardamenti a causa di un muro insormontabile di visti negati.

Pur considerando il rischio di cadere in narrative complottiste, resta un dato di fatto: la totale e monolitica assenza di una presa di posizione o di una condanna umana per quanto sta accadendo in Palestina da parte di queste comunità locali è socialmente intollerabile.


Indottrinamento educativo e doppi standard

A Varallo l’attenzione per l’integrazione si è tradotta persino in corsi di ebraico dedicati agli italiani. Viene da chiedersi: quante volte un percorso simile è stato promosso per la popolazione di origine araba presente da decenni sul territorio? Parliamo di lavoratori che pagano le tasse ma che spesso si trovano costretti a pregare nei parchi o a mandare i figli a scuola senza adeguate figure di mediazione culturale.

Diversa è la situazione per le strutture ebraiche private. A Roma, il Campidoglio ha concesso in uso gratuito per 30 anni l’ex convento di Sant’Ambrogio alla Comunità Ebraica per la nuova sede del liceo Renzo Levi. Il progetto di recupero da milioni di euro vede tra i principali finanziatori Uri Poliavich, imprenditore del gioco d’azzardo e proprietario di Soft2Bet, piattaforma finita nelle black list europee e nazionali.

In Italia costruire una moschea è quasi impossibile, mentre le concessioni per strutture legate a fondi privati israeliani avanzano spedite.

Il Reggio Approach e la cultura militare

Il fenomeno valica i confini nazionali. Diverse scuole ebraiche nel mondo che adottano il celebre Reggio Emilia Approach® vengono accusate di educare i più piccoli alla cultura militare. In un istituto ebraico negli USA, l’executive director ha confermato lo svolgimento di “esercitazioni militari” simulate per bambini, con percorsi sotto il filo spinato e saluti alla bandiera dell’esercito d’occupazione.

Ci si interroga dunque sul ruolo del Centro Loris Malaguzzi di Reggio Emilia: mentre delegazioni internazionali come la North American Reggio Emilia Alliance visitano la città, alcune delle strutture del network promuovono raccolte fondi per l’IDF ed elogiano i soldati israeliani come eroi.


Salento: l’esperimento “Israeli Colony”

La tentata colonizzazione del Salento parte con l’imprenditrice immobiliare Orit Lev Marom, fondatrice della società Coral 37. Il progetto, presentato inizialmente con il nome esplicito di Israeli Colony in Salento, proponeva un insediamento autosufficiente dotato di campi agricoli, scuole, centri sanitari e strutture ricreative ad uso esclusivo di famiglie israeliane.

A seguito di un’inchiesta giornalistica emersa nell’autunno 2025, il caso è esploso a livello nazionale. Di fronte alla bufera mediatica, l’agenzia ha provato a fare retromarcia sostenendo che il termine Colony fosse stato travisato.

Nel giro di poche settimane, tra polemiche, profilazioni social oscurate e l’intervento della Digos per messaggi minatori, l’operazione Coral 37 è collassata. Tuttavia, tracciando una linea tra il Salento e la vicina isola di Sazàn in Albania, le mire strategiche sull’area adriatica appaiono evidenti.


Cipro e Grecia: le nuove enclave nel Mediterraneo

Il modello di insediamento immobiliare ha già trovato terreno fertile a Cipro. Nella parte greca dell’isola, a partire dal 2023 si è assistito all’acquisto di oltre 4.000 proprietà da parte di cittadini israeliani, con la creazione di vere e proprie enclave autonome concentrate nelle aree strategicamente vicine alla Green Line e alle basi RAF britanniche.

«Acquistano lotti di terra per costruire insediamenti. Non sono case vacanza, ma terreni per realizzare ghetti israeliani. Stiamo perdendo il controllo del nostro paese», ha denunciato Stefanos Stefanou, segretario del partito di sinistra cipriota AKEL.

Dinamiche analoghe, seppur meno strutturate in forma di enclave, si registrano in Grecia, dove investitori israeliani stanno rilevando interi complessi immobiliari nei quartieri centrali di Atene (Exarchia, Psyrri, Omonia) e nelle isole per convertirli in strutture turistiche o residenze private, sostenuti dagli accordi energetici e commerciali tra Atene e Tel Aviv.

Di fronte a questo quadro, le istituzioni europee mantengono un sostanziale silenzio, allineandosi all’asse strategico tra Washington e Tel Aviv. Da un lato la retorica espansionista, dall’altro gli investimenti immobiliari nel Mediterraneo tracciano un disegno geopolitico ben preciso che va ben oltre i confini originari del conflitto.


Fonti e approfondimenti