La storia ci racconta che la zona dei Balcani è da sempre il termometro politico dell’Europa, e proprio in quelle aree si sono determinati gli accadimenti che hanno innescato entrambe le guerre mondiali.

Oggi la situazione nei due Stati indipendenti è davvero drammatica. La Bosnia ed Erzegovina sta attraversando la crisi più grave dalla fine del conflitto degli anni ’90 e, giorno dopo giorno, si fa sempre più concreto il rischio di un collasso istituzionale. Parallelamente, la Serbia sta vivendo un’ondata di proteste senza precedenti. La mobilitazione, nata dalla tragedia del crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad (che il primo novembre scorso ha causato 15 vittime), si è rapidamente trasformata in un ampio movimento di contestazione contro il sistema clientelare del presidente Aleksandar Vučić.

Le radici profonde della crisi serba

Le radici dell’attuale crisi serba vanno ricercate molto più in profondità rispetto all’episodio, per quanto simbolico, del crollo di Novi Sad, avvenuto quasi un anno fa. Questo è stato certamente un evento catalizzatore, che ha dato forma visiva a un malessere diffuso, ma non ne rappresenta la causa primaria. Se guardiamo il quadro complessivo, la Serbia vive oggi una crisi sistemica in cui convergono almeno tre dimensioni: quella politica, quella socio-economica e quella identitaria.

  • Sul piano politico: il Paese si trova da anni in una condizione di accentramento del potere che ha progressivamente svuotato le istituzioni di controllo e alimentato un clima di sfiducia. Il Partito Progressista Serbo (SNS), guidato dal Presidente Aleksandar Vučić, ha consolidato un dominio quasi egemonico, sostenuto da una rete di fedeltà amministrative e da un controllo pressoché totale del sistema mediatico. Questo ha ridotto lo spazio di competizione democratica e spinto una parte crescente della popolazione a considerare la protesta come unico canale di espressione.

  • Sul piano socio-economico: la Serbia affronta problemi strutturali che il boom edilizio e i grandi progetti infrastrutturali non riescono a mascherare. Corruzione, clientelismo e gestione opaca degli appalti pubblici hanno eroso la fiducia dei cittadini nello Stato. Il crollo di Novi Sad, in questo senso, è diventato il simbolo di una governance che privilegia l’apparenza alla sostanza. A ciò si aggiunge un quadro demografico drammatico — emigrazione giovanile, invecchiamento, stagnazione — che accentua la percezione di immobilismo e mancanza di futuro.

  • Sul piano identitario e geopolitico: la Serbia vive una tensione irrisolta tra il richiamo europeo e la tradizionale prossimità con Mosca. Il processo di adesione all’Unione Europea è fermo, e la politica estera di Belgrado appare sempre più come un gioco d’equilibrio tra blocchi contrapposti. Questo alimenta una sensazione di sospensione: il Paese è “sospeso”, senza una direzione chiara.

Tutti questi fattori si combinano in un circolo vizioso. Istituzioni deboli producono cattiva governance; la pessima governance alimenta il malcontento e il malcontento, gestito con strumenti autoritari, mina ulteriormente la legittimità del potere. Il risultato è un sistema politicamente chiuso, socialmente teso e privo di una prospettiva condivisa. La crisi serba è quella di uno Stato che si è sviluppato economicamente, ma non democraticamente, e che ora paga il prezzo di questa asimmetria.

La risposta di Belgrado e le proteste

La risposta di Belgrado è una combinazione tra repressione calibrata e narrativa difensiva, volta più a preservare l’immagine del potere che a gestire le cause del malcontento. Il governo ha scelto una linea di contenimento coercitivo, fatta di arresti mirati, uso dissuasivo della forza e un linguaggio che delegittima i manifestanti presentandoli come “strumenti di interessi esterni”. In un contesto dove la fiducia nelle istituzioni è già fragile, ogni episodio di abuso o eccesso repressivo agisce come un moltiplicatore della rabbia.

Guardare alla strategia comunicativa è altrettanto significativo. I media vicini al governo riducono le manifestazioni a episodi isolati o violenti, oscurando la componente civile e spontanea del movimento. È una tattica consolidata nel repertorio dei regimi “ibridi”: quella di creare l’impressione di un ordine ristabilito, mentre la tensione sociale rimane sotto la superficie.

Le proteste di questi mesi non rappresentano una crisi momentanea, bensì l’emergere della frustrazione accumulata negli anni. Ogni misura punitiva, ogni arresto, ogni limitazione dello spazio civico rafforza l’idea che il sistema politico serbo non sia più in grado di assorbire il dissenso. Inoltre, le voci di arresti coatti da parte di persone in borghese non identificabili come forze dell’ordine – che trasferiscono i dissidenti in luoghi sconosciuti fino a farli silenziosamente sparire – sono sempre più forti e insistenti.

L’instabilità in Bosnia ed Erzegovina

La Bosnia ed Erzegovina attraversa una fase di forte instabilità istituzionale a causa delle tensioni separatiste promosse dalla leadership dell’entità serba, la Republika Srpska, guidata da Milorad Dodik. Sul fronte europeo, il Paese persegue un complesso percorso di adesione.

Il sistema politico è basato sugli accordi del 1995 che hanno diviso il Paese in due entità (la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Republika Srpska), governate da una presidenza tripartita. Le ripetute minacce di secessione e la sfiducia verso le istituzioni centrali da parte del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik hanno causato forti crisi. Questo scenario ha spinto l’Alto Rappresentante e la comunità internazionale a intensificare la presenza e i controlli, inclusi gli invii di truppe di rinforzo della missione europea.

Studenti, agricoltori, intellettuali e cittadini comuni si sono uniti in un’organizzazione orizzontale, priva di leader e simboli politici, ma determinata a sfidare il potere. Uno dei principali bersagli della protesta è la speculazione immobiliare, che negli ultimi anni ha radicalmente trasformato Belgrado, diventando il simbolo di una corruzione dilagante. Mentre il governo serbo tenta di minimizzare la portata delle proteste, il movimento continua a crescere, rivelando un malcontento profondo che potrebbe ridefinire il panorama politico del Paese nei prossimi mesi.

Fonti consultate:

Per un approfondimento: le origini storiche del dissidio in Kosovo

Fino al 1912, la zona del Kosovo era in uno stato di rivolta continuo, culminato con lo scoppio delle “Guerre Balcaniche”. La sistemazione territoriale del 1913 fu generata dal compromesso tra l’Austria-Ungheria, che ambiva a uno Stato albanese per negare alla Serbia l’accesso al mare, e la Russia, intenzionata ad aiutare l’alleato ortodosso. Con la Conferenza degli Ambasciatori del 1912 a Londra, il Kosovo rimase diviso tra Serbia e Montenegro, mentre veniva creato uno Stato albanese.

Le Guerre Balcaniche e la Prima Guerra Mondiale sono state devastanti per la popolazione del Kosovo. I serbi hanno considerato la presa del Kosovo come una liberazione, anche se poco più del 30% della popolazione era serba; d’altro canto, gli albanesi la considerarono una conquista, perché per generazioni i loro leader avevano lottato per l’unificazione di tutte le terre abitate da albanesi.

Allo scoppio della Grande Guerra, il Kosovo venne diviso tra austro-ungarici e bulgari. Nel 1918 nacque il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (Jugoslavia) che, sotto il predominio della Serbia dei Karađorđević, iniziò la riconquista del Kosovo. La campagna militare fu brutale, anche se le truppe serbe trovarono la resistenza armata dei guerriglieri albanesi. La resistenza alla loro re-incorporazione nello Stato slavo durò fino agli anni Venti, con l’appoggio del Comitato per la difesa nazionale del Kosovo istituito nel novembre del 1918 a Scutari.

Vista la maggioranza albanese, la Serbia era intenzionata a cambiare la demografia del Kosovo tramite coloni serbi. Inoltre, vennero chiuse tutte le scuole di lingua albanese per minare il nazionalismo. La colonizzazione andò di pari passo con la riforma agraria: i serbi e i montenegrini ricevettero le terre confiscate agli albanesi.

Dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni Settanta

In seguito, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il Kosovo venne diviso in tre parti: ai bulgari venne assegnata una zona nella parte orientale, i tedeschi presero un ampio territorio a nord e il resto venne annesso a quella che divenne nota come la “Vecchia Albania”. Con l’occupazione italiana dell’Albania (impopolare tra gli albanesi) ci fu l’incoraggiamento dei sogni di una “Grande Albania”, un’idea accolta con favore dagli albanesi del Kosovo. All’indomani del ritiro italiano, gli albanesi estesero ai tedeschi la richiesta di unire il nord al resto del Kosovo, ma questi rifiutarono. Durante l’incontro che gettò le basi della nuova Jugoslavia, presieduta da Tito nel 1943, non era presente alcun delegato albanese del Kosovo.

Nel febbraio del 1945, il Kosovo venne formalmente annesso alla Serbia come “regione autonoma”. I primi due decenni di governo comunista in Kosovo sono stati particolarmente bui: i villaggi albanesi erano spesso oggetto di razzie per la ricerca di armi. Fino al 1966 i servizi di sicurezza furono guidati da Aleksandar Ranković, un serbo in allerta contro qualsiasi sentore di separatismo.

Dopo il 1966, la situazione iniziò a subire un leggero cambiamento. Gli studenti inoltrarono la richiesta di trasformare il Kosovo in una “repubblica”, concedendogli la piena uguaglianza con le altre sei repubbliche, ma essa venne respinta. Anche se gli albanesi fecero notare di essere più numerosi dei montenegrini o dei macedoni (che possedevano proprie repubbliche), la risposta che ricevettero fu che erano “diversi”.

Gli anni Settanta vengono ricordati dalla storiografia come la “Golden Age”, non solo per il Kosovo ma per la Jugoslavia in generale, grazie al miglioramento delle condizioni di vita. Nel 1974, con la nuova costituzione jugoslava di Tito, si ridefinì il posto del Kosovo all’interno del Paese. Esso rimase parte della Serbia ma era quasi un’entità federale a tutti gli effetti, una “provincia autonoma”. La situazione, però, cambiò drasticamente con la morte di Tito, il 4 maggio del 1980, causando un’enorme instabilità nella regione fino a giungere al verificarsi degli eventi che scatenarono la guerra del 1999.

Articolo di riferimento per l’approfondimento storico: