Lei si chiama Ines e da qualche mese vive in una casa di riposo assieme a tanti ospiti i quali, per la maggior parte del tempo, dormono: magri, consumati da una vita lunga. Anche la vita di Ines è stata lunga, siamo già alla 102esima primavera e, anche se le ultime sono state segnate da una strana solitudine, lei non è sola perché ha vicino i suoi ricordi lontani. Fino a qualche mese fa, e per una buona parte degli ultimi vent’anni, chiedeva perennemente al suo Dio di toglierla da questo mondo; ma si vede proprio che era un esercizio di stile, perché adesso mi dice invece che ha paura di chiudere gli occhi e di trovarsi in un posto che non conosce.
È piccola come un uccellino, sottile come il vetro borosilicato. A volte la sua mente non ricorda che il marito è morto da sedici anni e pensa che sia a casa ad aspettarla; allora si preoccupa, perché si sa: un uomo da solo come vuoi che si difenda? Il suo Luigi è sempre lì con lei, si vede che è seduto lì di fianco. Loro si sono amati molto, non la lascerebbe mai sola.
Ines è sempre stata una donna un po’ ruvida: lui era il buono, lei la decisa, l’implacabile. Piccola e crudele, a volte. Non ci siamo parlate per tanti anni; quando colpiva, affondava la lama come solo una donna sa fare. Poi la vita livella (cit.), la morte, le rughe… Soprattutto la vecchiaia livella. E allora piange e ammette che è stata anche cattiva. In quel momento capisco il senso della morte, della vecchiaia; il senso di essere ferma, immobile, costretta a guardarti dentro con tutte le assoluzioni e le condanne che una mente gassosa ti propina.
Ines è del ’24: lei la guerra l’ha vista in faccia. Ha visto la fame, ha vissuto la vita a piedi scalzi della campagna, i bombardamenti della città quando, a quindici anni, è arrivata a Milano “dalle suore”, raccolta da una signora che aveva bisogno di una ragazza per tenere in ordine la casa e tre uomini. Ha visto la prima camicia da notte a diciott’anni grazie alla paga del sabato, quella guadagnata a mietere il grano, dato che di uomini non ce n’erano più e in campagna ci lavoravano tutti, anche i bambini piccoli.
La Ines di fratelli ne aveva otto ed erano come uccellini, tutti con le bocche spalancate. A lei piaceva studiare ed è arrivata alla quinta elementare, l’unica nella contrada; solo la figlia del bottegaio aveva avuto lo stesso privilegio, si chiamava Ines come lei e costruivano la casetta nella stalla del maiale che, si sa, il maiale non la abita tutto l’anno. I fascisti le avevano promesso di farla continuare fino alle medie, visto che suo papà, l’Antonio, era un reduce della Grande Guerra. Un gran donnaiolo lui: faceva il carrettiere, era zoppo, ma di donne ne aveva un sacco e la moglie Nerina era letteralmente furibonda, ma si amavano coi fuochi d’artificio sempre. Era un uomo buono, Antonio: se li guardava e accarezzava tutti quei suoi cuccioli, un sacco di femmine e solo due maschi, ma che belle tutte piccoline che sciamavano alla sera, in due sui letti a dormire, con la sua matriarca che trovava sempre il modo di mettere qualcosa nel piatto.
I fascisti, alla fine, la promessa non l’hanno mantenuta e la Ines, invece di fare la maestra, lavorava nei campi col cappello in testa e i guanti per non abbronzarsi; non stava bene “cuocere” la pelle, ti faceva apparire ordinaria, non come le signore che stavano in casa e avevano la pelle bianca. Oltre al suo bel sogno da insegnante, i fascisti le avevano portato via anche il Luigi per nove anni: la campagna di Grecia, poi quella di Libia e poi El Alamein, dove è rimasto prigioniero degli inglesi per anni. Lei lo ha aspettato. Si scrivevano: lui male, perché aveva fatto solo la terza elementare e di studiare non aveva mai avuto voglia.
Che peccato: era maschio e figlio unico, glielo avrebbero persino concesso.
Facevano giocare i bambini alla guerra, i fascisti, tutti vestiti da piccoli militari, e anche il Luigi era un Balilla; lei invece no, in quelle cose lì non era mai stata coinvolta. Suo padre era un socialista e lui i suoi figli al Duce non li dava. Se li ricorda gli squadristi: tanti erano suoi compagni di gioco, trasformati in violenti animali che giravano col fucile. Che paura avevano tutti loro: si nascondevano sotto il tavolo, tutti insieme abbracciati come uccellini, come se quattro gambe di legno potessero difenderli da tutta quella violenza.
Ogni tanto nascondevano qualche disertore polacco nella stalla: brava gente, come noi, affamati ma tanto gentili. Un tozzo di pane glielo si rimediava sempre; si sa che la fame e la miseria sono una brutta bestia. Speriamo che Dio li accompagni dalla loro famiglia senza che i tedeschi li prendano.
I tedeschi erano come i fascisti, ma ancora più arrabbiati verso la fine della guerra: gli avevamo fatto quello sgambetto, li avevamo traditi, e allora portavano via tutto: la mucca, le galline… e lì sì che è stata dura per la Nerina trovare modi creativi per sfamare i suoi uccellini.
Poi arrivarono i partigiani che, insomma, anche loro non è che avessero sempre uno sguardo rassicurante, perché ti guardavano dentro per capire da che parte stavi veramente, al di là di quello che dichiaravi. I partigiani che arrivarono dalle parti di Ines erano particolarmente incazzati; i fascisti li hanno rastrellati tutti, comprese le donne. La maestra del paese, ad esempio, che era la figlia del podestà, era proprio un’attivista e non gliel’hanno perdonata: l’hanno lasciata solo con le mutande addosso e le hanno fatto fare il giro del paese così. Camminava tra due ali di persone: alcuni le sputavano, altri stavano zitti zitti, ma non troppo tristi, ché i partigiani ti scrutavano e non si sa mai. Che vergogna: quell’immagine la Ines non se l’è mai tolta dalla testa.
Poi li hanno fatti scavare davanti ai loro piedi: ognuno una fossa, ognuno un buco dove sono caduti dopo quel rumore assordante di spari. Tutto il paese doveva guardare. L’hanno chiamata l’Eccidio di Codevigo e si trova sui libri di scuola. La Ines era lì con gli occhi agghiacciati, con quel mondo difficile che si sgretolava, dove non si capiva più, a un certo punto, chi fossero i buoni e chi i cattivi. La Ines lo dice sempre: né i neri, ma nemmeno i rossi, che di sangue ne hanno fatto correre anche loro.
“Poi sono arrivati gli americani, ci hanno detto che era merito loro, ma che bello! Abbiamo fatto le bandiere con gli stracci, era primavera e ci siamo lavate i capelli, siamo corse fuori dalla casa… eravamo felici, era una nuova vita!”
Qualche tempo dopo è tornato anche il Luigi. Era così magro, liberato dagli americani anche lui, da quegli inglesi sudici che gli facevano mangiare bucce di patata e fagioli. Non li ha più voluti vedere i fagioli, mio nonno Luigi: gli ricordavano la prigionia. Lui e la Ines si sono sposati finalmente dopo pochi mesi. Hanno fatto l’amore nel fienile perché, dopo così tanti anni via, il Luigi non lo teneva più nessuno. La vita ricominciava. Certo, quando c’era il Duce era tutto più ordinato, ma poter essere liberi di dire e di pensare (forse) era davvero una bella novità.
“Si votava bianco, si votava per la Chiesa, che l’anima per poco non ce l’avevano rubata. Che il Signore ci assista, che lui è buono e compassionevole. Che il Signore non ci mandi più la guerra, che tante cose brutte così nessuno se le immagina.”
Il 25 aprile non è la festa della sinistra, il 25 aprile è la festa degli italiani. È la festa del nostro popolo, non del nazionalismo; è la festa delle nostre radici. È la festa anche della mia nonna Ines Artilla Piran, che me l’ha raccontata così.
Viva la libertà!
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